Aratro e civiltà italica

Luca: [cit.]“Da millenni l’uomo neolitico ha preso a rivoltare le zolle con l’aratro, uno strumento tanto importante che la sua introduzione viene considerata l’anno zero della civiltà italica”[fine cit.] FALSO! Questo é proprio un grande errore. Per favore leggiti “La terra é viva!” di Mario della Rocchetta, o gli studi di Giulio Del Pelo Pardi (http://www.treccani.it/enciclopedia/del-pelo-pardi-giulio_%28Dizionario-Biografico%29/) che si é andato a tradurre i latini dove spiegavano le loro tecniche agricole. Ebbene, se farai questo genere di studi, scoprirai che il rivoltamento delle zolle é una tecnica relativamente recente, e che le tecniche agricole pre-Romane non solo esplicitamente non prevedevano il rivoltamento delle zolle, ma addirittura prevedevano il lascito sul terreno dei resti delle vecchie coltivazioni a mó di pacciamatura! E se proprio vuoi, leggiti “Alle radici dell´agricoltura” di Cristina e Gigi Manenti. Il libro é corredato da diversi studi del CNR e dell´universitá di Torino, che hanno studiato a fondo i loro terrei e le loro pratiche di non-concimazione e non-rivoltamento del terreno.

Dunque, la mia conoscenza delle tecniche agricole Latine si limitano all’ampio trattato scritto da Columella in epoca imperiale, quando i territori agrari italiani erano gia da tempo organizzati in latifondi a colture specializzate, similmente ad oggi. Columella, che era egli stesso un latifondista, ha scritto tante cose interessanti, che ci danno un’idea esaustiva di quello che era la pratica agricola dell’epoca, ma anche di quello che doveva essere stata nel periodo Romano e Pre-romano. Naturalmente non puoi prendere tutto come oro colato in quanto classico latino: Non credere a Columella quando, ad esempio, scrive che sul fico puoi innestare qualsiasi albero da frutto!

Questa e altre assurdità sono state probabilmente a lui riferite da suoi dipendenti in vena di scherzi, magari divertiti di vedere fino a che punto il loro aristocratico padrone crede alle fandonie che gli raccontano.

Fermo restando che i primi aratri con versoio sono documentati in epoca romana, siccome non è che ci voglia poi una grande scienza a inventarne uno, presumo che tipi di aratro con rivoltamento della zolla possano essere stati inventati e poi allo stesso modo caduti in disuso anche varie volte nel corso della storia e preistoria agricola, in diversi territori.

Se le civiltà italiche preromane, come affermano gli autori che citi, non facevano uso del versoio, questo non significa poi necessariamente che i risultati del loro sistema fossero soddisfacenti. Infatti i Romani hanno prevalso su tutti gli altri italici.. forse perchè avevano un migliore produzione cerealicola, e di conseguenza erano meglio nutriti?

Se gli Italici “grattavano” soltanto la superficie senza interrare niente, ciò non significa che questo sia meglio del rivoltare le zolle, e che se ne avessero avuto la tecnologia non avrebbero fatto allo stesso modo di coloro che usavano il versoio.
Solo che senza il versoio rivoltare le zolle a mano è un lavoraccio, e se gli italici vivevano soprattutto di pastorizia, magari si accontentavano di mangiare pecore e manzi, e quel poco di frumento che riuscivano a produrre senza troppo sbattimento.

Per la coltivazione di verdure in regime di sussistenza secondo me il problema dell’aratura per gli italici non si poneva proprio, meno che mai in epoca pre-ellenistica, in cui non si usavano ancora verdure esotiche ed esigenti come gli zucchini e le melanzane, perchè le verdure autoctone, come i legumi, le lattughe, le rape, le cipolle si trovano bene senza troppa irrigazione in immediate prossimità di alberi e siepi, che svolgono la doppia funzione di concimare continuamente il terreno (con foglie, deiezioni di uccelli, resti organici di fauna sotterranea) e di mantenerlo aerato grazie alla presenza importante di lombrichi ed altri animali che riciclano materia organica morta.

L’antenato italico, che magari il grano fatto con il versoio in quantità industriali lo importava piuttosto dai mercati di pianura dell’agro romano e dell’agro pontino, per la verdura se la cavava certamente alla grande piazzando piantine di semenzaio ovunque presso gli alberi e le siepi dove ci fossero gia spontaneamente le condizioni adatte alla crescita.

Per concludere, mi ripeto, non si puo fare… di tutta l’erba un fascio:
per certe colture, per esempio la consociazione mais-fagioli-zucca sicuramente ha senso lasciare i fusti morti delle piante precedenti a pacciamatura e sostegno della coltura seguente, ma se anche in principio è un pensiero giusto perchè imita la naturale successione delle piante, nella pratica presenta degli inconvenienti, soprattutto se è fatto in un campo aperto, esposto alle intemperie, e non in una radura o ai limiti del bosco, come in natura.

Nell’evoluzione agricola l’aratro a versoio deve aver rappresentato una evoluzione, in quanto, se devi pacciamare di uno spesso strato un campo e non un orticello, hai voglia a portare materiale da fuori…e che fatica!
Con la rotazione delle colture invece, un anno lasci il campo a farsi tosare e concimare dagli animali, poi un altro anno usi gli stessi animali per ararlo, così hai tutto ciò che ti serve in loco: forza lavoro per arare, concime organico, piu tardi carne da mangiare.

Riguardo al caso Manenti, credo che sia finalmente necessario dare un’occhiata alla situazione climatica specifica della zona, oltre che alla struttura del terreno in questione, per sapere di che cosa stiamo parlando esattamente:

http://www.aziendagricolamanenti.it/dove-siamo_3506892.html
http://my.meteonetwork.it/station/pmn008/stazione
http://www.ilmeteo.it/portale/medie-climatiche/Sostegno

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