marzo: m’arzo o no m’arzo?

Prima della metà di marzo tornavo a Cittanova, ad occuparmi del terreno e delle sue creature.

Le operazioni di marzo erano soprattutto legate alle nuove piante: per esempio era ora di potare il cespuglio di rovo senza spine, e usare la moltitudine di propaggini con e senza radici per impostare nuovi cespugli lungo il confine ovest del terreno. Con il tempo spero che essi prendano piede e rimpiazzino il rovo comune,che è più odioso da potare e curare.

Ho piantato un bel po’ di alberi giovani, quasi tutte sono piante da frutto che sono figlie di alberi locali, mentre per aumentare la produzione di more di gelso ho comprato due alberelli di 1,5 metri.

Il primo che mi sembrava più bisognoso di essere trapiantato era però l’avocado, un alberello già sviluppato su cui pongo delle speranze per poter presto mangiarne qualcosa. Per interrarlo ho seguito u procedimento standard che suceessivamente ho adottato per tutti gli altri trapianti: prima ho scavato bello profondo e largo, ammucchiando ad un bordo della buca lo strato superiore erboso ed eliminando tutti gli stoloni sotterranei che ho trovato scavando, appartenenti a piante mafiose che, essendo perenni possono togliere sostanza all’albero. in fondo alla buca ho versato un bel po’ di ghiaia, su di essa ho quindibuttato la terra superiore con tutte le erbe cresciute su di essa. ancora sopra ho versato un miscuglio di sabbia, terra presa da sotto gli ulivi, che in questa stagione è prossima ad essere diventata humus, steli di erbacee morti, pezzetti di legno morto, e lo stesso ghiaietto di cui sopra. queto miscuglio dovrebbe essere un ottimo ambiente che raccoglie l’umidità e invita le radici dell’alberello a farsi strada attorno. Quindi ho appoggiato la zolla in cui è posto l’alberello dentro la buca, cercando di posizionarla ad un livello leggermente inferiore al suolo circostante, e ho riempito il resto della buca con la terra inerte (priva di materia organica) che ho estratto dallo strato inferiore del suolo. Sopra di questa, infine, ho ancora sparso ghiaia e coperto tutto con materia vegetale morta (sfalcio di erba, foglie e simili) come pacciamatura.



Intanto ho fatto portare dei mattoni e del cemento per arrangiare un muro di protezione a ridosso della casetta: infatti tutte le piantine che mi auguro di vedere crescere dai vasi e vasetti che ho seminato, non potranno sopravvivere in alcun modo se non in un angolo riparato dal vento, dalla pioggia battente e dal sole cocente, dove si possa accumulare abbastanza umidità da farle crescere. Considerato che il programma è di emigrare ad aprile, e tornare a fine maggio, un periodo che puo essere già molto secco, è quindi importante fare in modo che le piantine piu robuste abbiano una chance di sopravvivenza.
un seme di carrubo è germogliato

un seme di carrubo è germogliato


La buca che ho con successo utilizzato l’anno scorso per tenere al fresco le piantine durante un’assenza di mesi, è ora occupata da un piccolo contenitore pieno d’acqua, aperto, che eventualmente puo essere scelto da raganelle o altre specie di rane arboricole per deporre le uova, o almeno come punto umido a cui fare riferimento quando la stagione diventa torrida.
il mini stagno

il mini stagno


È continuato massicciamente il lavoro di limitazione dei rovi, riportati alle originarie dimensioni attorno alla rete di confine. Alberi ancora piccoli quali il carrubo sono stati tolti dalle “grinfie” dei rovi che tendevano a ricoprirli. Proprio sotto il mucchio di rovi si trovava ancora, dopo 5 anni, del legno rimasto dalla operazione di potatura degli ulivi, le cui parti più piccole e friabili sono diventate un’ottima pacciamatura anche per altri alberelli.

Nella seconda metà del mese, con luna calante, ho sfruttato i periodi di almeno tre giorni senza pioggia anche per preparare le aiuole dove, anche quest’anno, ho voluto provare qualcosa. La prima è stata quella che per 1 anno e mezzo era stato un mucchio di resti vegetali coperto da un telo di plastica. È bastato smuovere un po la terra in profondità, fare i solchi e piantare i fagiolini. Poi con la pioggia e il vento hanno continuato a caderci sopra foglie di ulivo.

L’ultima importante azione del mese, prima che il 31 fosse luna nuova, era l’abbattimento di un grosso ulivo il cui tronco e chioma minacciavano il tetto della casetta, con la loro pericolosa altezza.

Perciò gradatamente ho provveduto a tagliare i rami che si ergevano dal tronco capitozzato 20 anni orsono, e infine l’ultimo del mese, con l’aiuto del formidabile Mastro Mimmo, il possente tronco (circa 1 metro di diametro) è stato ridotto prima a fettine con una motosega, e poi ridotto via via a pezzi da ardere nel camino con un “cugno” e un martello. Da questo trattamento si è salvato solo il ceppo, che probabilmente in breve rigenererà il medesimo albero, e la cima del tronco, che ha una forma particolare e potrebbe diventare una scultura di ulivo.

A marzo la natura ci ha nutrito con : le cime di rapa, buonissime con la pasta e l’olio, ma anche frittate con l’uovo, la farina e il latte; gli asparagi, anch’essi amarognoli e ottimi con la frittata; il cardo, che è buonissimo cotto in padella, ma è menoso da pulire dalla buccia spinosa; la salvia, ora è al meglio prima che fa i fiori, idem per il rosmarino; la scarola, prima che fiorisse anch’essa; i limoni nuovi, che vanno benissimo con la scarola e il chicken-weed, ma anche con ogni forma di salume e, soprattutto, con sale e tonno ad accompagnare l’avocado!

I resti alimentari esclusi quelli proteici per i polli sono finiti da ora in avanti in una camposta approntata presso il tavolo, dove a marzo le belle giornate erano già ottime occasioni di “schiticchio”…

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