flashback luglio 2011

il terreno è diventato una impraticabile jungla di spine, liane, ed erbe altissime…

..finchè non è venuto il trattore, che non senza fatica ha ridoto tutta quella massa vegetale in frammenti riversati sul terreno.

 

Nel luglio 2011, dopo un’aridissimo inizio estate, tornato a Cittanova per qualche giorno potevo constatare quanto fosse perito per la mancanza d’Acqua e per la competizione delle piante aridofile.
Fra quelle che avevo piantato a febbraio-marzo scorsi, il viburno era andato, pur essendo in teroria aridofilo anch’esso. Il  corbezzolo era cresciuto particolarmente bene.
Ma i ribes piantati nel 2010: tutti morti. e alcuni noccioli, il timo nell’angolo delle erbe. I sorbi hanno patito, e avrebbero continuato a patire nel seguito dell’estate.
Tutto il terreno era oltremodo invaso e avviluppato in un intrico di rovi, felci e trifoglio rampicante ormai morto, che insieme costituivano una massa vegetale impenetrabile.
I rovi sono stracarichi di more in via di maturazione, questo dovuto probabilmente alla involontaria potatura attuata nel falciare piu volte gli stessi getti propagginiferi nel tempo passato.
Manualmente mi sono adoperato con l’ausilio di un amico e la compagnia di un fotografo svizzero di passaggio di liberare alla bell’e meglio gli alberi giovani dai rovi e dalle altre piante che li stavano soffocando, nonchè fare pulizia attorno al mucchio di rami di due anni addietro depositati nel centro della proprietà, e che nel frattempo si erano trasformati in un diabolico intrico di massicci rami e propaggini di rovo simili ai tentacoli spinati di una piovra del deserto, lanciati come lenze verso l’alto e verso lo spazio circostante.
Ho dovuto comunque far venire il trattore a tagliare e macinare tutta quella vegetazione mostruosa, cosa che la macchina seppur potente ha adempito solo con estremo sforzo del motore da 100 cavalli.
Il vantaggio che osservo in questa operazione seppur violenta a suo modo ugualmente mostruosa come la vegetazione oranzi descritta, è che ora lo spazio non era piu imperscrutabile, e che soprattutto ora disponevo di una gran quantità di materia vegetale triturata e mischiata con un po’ di terra di superficie, il che è materiale perfetto come pacciame. Una parte di questo materiale triturato l’ho infatti distribuito ai piedi delle piante di cui temevo che soffrissero la siccità, fra di essi un melo cotogno, che portava frutto in maturazione, e le diverse piante di fejoha piantate in diversi punti del confine ovest e est.
Un’altra importante attività di quei giorni è stata lo smantellamento di un secondo mucchio di rami della potatura del 2009, non ancora coperto di rovi come quello centrale. Inizialmente gli ho dato fuoco, per togliere di mezzo i rampicanti e le altre erbe spontanee che crescevano in mezzo e intorno al mucchio. Ma devo dire che ho rischiato di fare danni tutt’attorno, essendo il clima e la vegetazione secca intorno capaci di far estendere il fuoco oltre il prevedibile.
Per fortuna il giorno dopo è piovuto, spegnendo cosi il rischio che si appiccasse un fuoco dalla brace ancora calda sotto la superficie del suolo. La legna più robusta del mucchio, rimasta incombusta, è servita, tagliata in piccoli pezzi e divisa fra grossa e sottile, a riscaldare l’inverno 2011-2012.

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