flashback febbraio 2011

il limone, che nella stagione passata si era parecchio arricchito di ramificazioni, è stato potato sapientemente, onde stimolare la pianta a produrre fiori e frutti invece di infoltirsi di rami.

Sono tornato a Cittanova di nuovo nel bel mezzo dell’inverno, nel febbraio 2011.
Mi sono gia da subito imbattuto in un testo dedicato all’analisi di documenti storici relativi al Ducato di Terranova, l’unità feudale che raccoglieva entro il suo territorio anche il terreno di cui mi sto occupando, assieme alla gran parte della odierna piana di gioia tauro.
È stato interessante leggere il capitolo dove, documenti notarili alla mano, si mostra come fosse assolutamente diffusa e normale nell’era pre-industriale (16-18.mo secolo) la pratica della consociazione. Consociazione è un termine basilare della permacoltura, perche si ritiene in questo ambito di pensiero che la campagna artificialmente progettata dovrebbe imitare le soluzioni adottate dalla natura, e la natura tende alla biodiversità, e la biodiversità fa si che il sistema-biotopo si mantiene sano anche con agenti esterni che tendono a sconvolgerlo, tipo invasioni di insetti parassiti di nuova specie.
In altre parole: se ho un campo con solo alberi di olivo, e anniento sistematicamente ogni altra forma di vegetazione, perchè il mio sistema è impostato solo sulla produzttivita degli olivi, ed è indirizzato alla massima produzione di olive in rapporto alla superficie, è molto facile che al minimo cambiamento climatico, alla prima invasione di insetti sbarcati con i container cinesi al vicino porto di gioia tauro, la intera produzione vada in crisi, e per impedire questo, o per riparare a questo a posteriori, si debba far ricorso a sostanze esterne al sistema e che hanno un costo aggiunto alla normale manutenzione.
Se invece imposto il sistema alla consociazione, significa che in mezzo agli olivi avrò diverse altre piante da frutto e/o ortaggi, che probabilmente toglieranno una parte della sostanza riservata alla produzione delle olive, ma che se sono quelli che vanno daccordo chimicamente con la pianta di olivo, si aiutano simbioticamente, e ospiteranno insetti di diverso genere, che nel caso di invasioni di altri insetti permetteranno di arginare l’effetto di una invasione in un campo dove i pesticidi hanno fatto tabula rasa di tutti quelli preesistenti.
Oggigiorno nella Piana di Gioia Tauro almeno a parole la consociazione viene sovente screditata. Credo che ciò derivi non tanto da un’esperienza positiva, ma da ignoranza e fiducia nelle sovvenzioni che proprietari di piantagioni di olivo e basta ricevono dall’autorità agricola statale, a prescindere dalla produzione.
Nei fatti ho potuto notare che qua e là singoli agricoltori, per lo piu di piccolo livello, a gestione familiare, non hanno del tutto abbandonato le consociazioni che un tempo dovevano essere la norma. per esempio vengono piantati i fagioli in mezzo agli olivi, laddove lo spazio tra i tronchi sia sufficiente a dare luce verticale alle file di rampicanti.
Nel libro di Giosofatto Pangallo di cui sopra si parla in particolare di consociazioni arboree, che affiancano all’olivo il gelso (oggi quais scomparso dalla piana, fino a pochi decenni fa coltura di punta per via della produzione serica), la vite, il grano, gli agrumi, i noci, i fichi, i castagni. Ma anche Ciliegio, sorbo, melo, pero, nocciolo, canneto.
A prescindere poi dalla consociazione con olivi, si accenna a casi documentati di consociazione fra lino, canapa e cotone, e di campi coltivati a miglio. Oggi qui non si sa neanche cosa sia il miglio! In generale pare che ci fosse una straordinaria produzione di cereali, come si deduce dal fatto che ci fosse una speciale tassazione sulla produzione di grano.
Letture a parte, l’intenzione di piantare nuove piante per creare diversità/diversificare la potenzialità produttiva de terreno non veniva meno.
Un particolare interesse, per non dire golosità, nutrivo per la pianta chiamata Fejoa, o Feijoha, qui chiamata anche Fejola, altrove Fetuja. Per intenderci, È quella pianta sudamericana che fa dei bei fiori bianchi e carminio scuro, e in novembre ci dona dei frutti verdi delle dimension di un kiwi, che se tagliati in due e mangiati col cucchiaino hanno il gusto di banana, fragola e qualcos’altro di esotico assieme. A  me piacciono molto. Mi È stato detto e confermato da piu parti che climaticamente dovrebbero funzionare bene, cosi ho cercato dove comprarne una certa quantità a buon prezzo. Mi è stato consigliato un vivaio presso Limbadi (Prov. Vibo Valentia), presso la famiglia Lentini.
E un giorno siamo andati a vedere. Abbiamo preso una decina di piante di feijoha, ma nello stesso vivaio abbiamo fatto conoscenza con altre piante che sarebbero venute utili come siepe sempreverde: il buxus rotundifolia, il viburnum thinus, il piracanthus, il corbezzolo (quest’ultima da sempre elemento della flora mediterranea). Di queste ultime ne abbiamo presa una per ogni tipo.
Qui devo spiegare il fatto della siepe, su cui non ho ancora avuto modo di dilungarmi.
Nei testi di permacoltura si parla e scrive tutto spiano dell’importanza di “Living Fences”, cioè muri viventi, pareti verdi.
Servono a delimitare una proprietà, o parti separate di una proprieta piu grande.
Servono a ospitare fauna selvatica o semplicemente a offrire ad esssa rifugio temporaneo da una contrada ad un’altra, nonchè luogo sicuro di sosta e nidificazione per uccelli.
Serve a creare dell’ombra e del riparo dal vento forte per le piante piu deboli dentro una proprietà dove altrimenti non ci sono ripari naturali forniti dalla conformazione altimetrica.
Alla fine serve anche a trattenere un po piu di umidità sotto la superficie di un terreno altrimenti presto prosciugato dal sole e dal vento, e ad apportare un plus di materia organica utile alle piante dentro un terreno, quando le piante della siepe perdono le foglie.
A questo proposito devo dire che proprio in quell’inverno 2011 cominciavo a pormi domande tipo: “Ma non è che quando non piove d’estate per 2 mesi queste barriere viventi non ce la fanno a inibire l’evaporazione dell’acqua dal terreno?” e “MA allora com’È che qui tutti nelle proprie campagne costruiscono muretti con un sacco di fatica invece che piantare piante-barriera?”.
Dalla Puglia una risposta che all’epoca non trovavo abbastanza convincente era :”Qui si è sempre fatto così, perche fare altrimenti?”
Solo un anno dopo sentivo parlare di queste cose nell’ambito della cosiddetta “Aridocoltura” per la prima volta e in modo oggettivo: le pietre sono materiale inerte che trattengono l’umidita dell’aria negli interstizi dei muretti a secco, e la rilasciano nel terreno.
Permacoltura contra Aridocoltura? Vero è che qui al sud, a differenza che nei paesi del centro e nordeuropa, l’estate è distruttiva per la flora non aridofila come lo è al nord l’inverno, e senza strutture artificiali piu o meno massicce l’acqua non ce la fa a rimanere sotto la superficie, in particolare laddove, come nel mio caso, la terra È pressoche priva di pietre che schermino da una parte il calore fortissimo del sole, dall’altra l’evaporazione dell’acqua via dal sottosuolo.
In particolare su terreni pianeggianti, dove il sole picchia dalla mattina alla sera, bisogna adattarsi a condizioni particolarmente estreme di evaporazione e riscaldamento.
Nel corso del mese di febbraio c’È stata la gradita visita di esperti di permacoltura, Julia e Kenta, che hanno contribuito a definire un po meglio la direzione progettuale da dare al sistema.
Per esempio la questione cruciale dell’immagazzinamento dell’acqua all’interno dell’area. nella mancanza di un corso d’acqua che rifornisca continuamente la vegetazione e la fauna, è necessario convogliare l’acqua piovana, conoscendo le pendenze anche minime, e dai punti di raccolta irradiare la vegetazione idrofila. Finora invece il terreno quasi pianeggiante si è caratterizzato per ricevere e disperdere un’enormita d’acqua nel corso dei mesi invernali, per rimanere poi completamente secco e desertico in giugno, luglio e agosto.
Un’altra cosa nuova eutile introdotta da julia e Kenta: la potatura (Pruning) degli alberi da frutto, cosa oltremodo utile per facilitare le cose alla pianta, per suggerirle amichevolmente di fare fiori e frutti invece che rami e foglie.

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