flashback a febbraio 2009

fra le ramaglie destinate ad essere bruciate subito, ho notato che alcuni rami erano abbastaza grossi da essere usati come combustibile nella stufa.

i potatori hanno lasciato sotto ogni albero potato i rami piu grossi tagliati a misura per essere usati per il riscaldamento. I rami più piccoli vengono invece ammucchiati a parte, per essere bruciati l’indomani.

l’uliveto “spinnato” e tosato

il trattore precede la potatura rasando a livello del terreno l’erba, sminuzzandola e risputandola sul terreno

Nel frattempo in febbraio nuovamente in Germania mi capitavano per le mani, attraverso raccomandazioni di amici e conoscenti, testi affascinanti ed affabulatori concernenti modi antichi ed al contempo rivoluzionari di rapportarsi all’ambiente coltivato. La parola che sembrava riassumere esperienze anche molto diverse fra australia, regno unito, giappone e stati uniti, era “Permacultura” (Permacolture), una specie di filosofia naturalista che letteralmente significa coltura permanente, nel senso che il terreno dovrebbe essere permanentemente coltivato con qualcosa, per impedire che la ricchezza del sottosuolo in quanto a microorganismi diversi venga meno con il freddo o il caldo eccessivi, con il dilavamento delle piogge, con il diretto contatto con i raggi del sole o con il venire meno dell’umidità minima nel sottosuolo.
Secondo questi libri, scritti fra gli anni ’30 e i giorni nostri, non c’è coltivazione fertile senza questa copertura di sostanza organica in disfacimento, che da una parte manterebbe l’umidità e la temperatura, dall’altra proteggerebbe funghi e batteri aerobi nel loro lavorio di decomposizione non marcescente di tutta la materia morta, rendendola appetibile attraverso legami chimici digeribili per le piante di cui poi noi ci nutriamo.
La permacoltura si basa anche molto sul principio di lavorare meno e pensare di più prima di fare fatiche inutili, di osservare la natura e comprendendola lavorare con azioni non pesanti andando armonicamente in sintona con essa e non contro di essa.
Per esempio, problema che gia allora, nell’inverno 2009 cominciava a farsi avanti: I cespugli di rovo sembrano trovarsi benissimo ovunque sul terreno, sui bordi della proprietà, attorno ai piedi degli alberi, ovunque ci sia un sostegno anche minimo a cui arrampicarsi. Spuntano da soli e poi dopo breve è difficile e pungente lavoro l’estirpamento. Forse è meglio integrarli in una visione dinamica, considerarli cioè un elemento temporaneo nell’ecosistema, che svolge la funzione di coprire il terreno là dove altrimenti sarebbe aggredito da sole e freddo, nonche di modificare il terreno a portarlo verso una stabilità che ha perduto con il dilavamento nel momento in cui le chiome degli olivi sono state tagliate via. Quindi, eventualmente aspettare anni o decenni che i rovi svolgano la loro funzione naturale, ed intanto raccogliere quello che producono, cioe le more di rovo.
Comunque, intanto era arrivato il momento della azione di potatura sui 17 alberi designati. A inizio marzo  un giorno senza pioggia una mattina sul presto è arrivata una squadra composta da un trattore, due potatori e due operai ausiliari, che nel giro di una mattinata hanno: tagliato l’erba di tutto il terreno a rasoterra e sminuzzatola ributtata sulla terra nuda, con i decespugliatori tagliato alla base tutti i rovi e i succhioni via dai piedi degli olivi, potato con le motoseghe i rami piu grossi e con certi arnesi uncinati piu fini i rami piu sottili.
Il giorno dopo due operai hanno ammucchiato il grosso della potatura nel centro della proprietà in tre mucchi allineati, mentre i rami piu grossi sono stati mondati dei rametti ad essi attaccati e lasciati ai piedi di ogni alberi come legna da ardere.
Gli operai stavano per versare del carburante sulle ramaglie per bruciare tutto, ma io ho pensato di fermarli e di lasciare stare quei mucchi cosi com’erano. Con una parte di quella legna piu piccola continuerò a riscaldare ancora il principio dell’inverno 2012.
Mentre gli operai lavoravano alacremente, io altrettanto alacremente scavavo due belle buche per piantare due giovani alberelli, un fico, a fianco dell’albicocco e posto sul confine sulla strada, e un susino posto anche sul confine della strada, ma dall’altra parte della casa, a qualche metro di distanza dal pero. Era infatti allora la stagione adatta, oltre che per le potature, anche per i trapianti, grazie alla piovosità massiccia che facilita la zolla dell’alberello di instaurarsi nella sua buca e distendervi le radici.
Per il resto ho solo piantato lì attorno senza troppa speranza una pianta di salvia, una di rosmarino, una di citronella (aloysia citrodora) e una di timo, tutte sotto o nei pressi della chioma dell’albicocco.

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