Cosa accadde in autunno dopo che una aiuola sinergica venne distrutta in estate

Grazie alla solerzia delle operazioni di manutenzione del verde pubblico, sulla aiuola il verde non c’è più… lo chiamiamo marrone pubblico?

Dopo la asportazione totale dello scorso agosto, e le copiose pioggie autunnali, il terreno da cui era stata prelevata tutta la materia organica si era quasi completamente ricoperto di piante, per gran parte piante preesistenti la cui radice sotterranea ha ricacciato con vigore nel tentativo di proteggere il suolo e ricostituire al più presto la biomassa che era stata sottratta. Ma ecco che sono ritornati all’azione i decespugliatori: la persona o l’ente che li ha mandati si doveva evidentemente assicurare che il terreno trascorresse l’inverno nudo da qualsiasi vegetazione.

Nella stessa azione, inoltre, è stata riportata all’ordine la storica aiuola pubblica dirimpetto, coltivata da tempo immemore in esclusiva da una anziana signora che vi abita a 1 metro di distanza.

La signora Angela non credo si azzarderà più a rompere il tabu: niente più piante da orto insieme con ornamentali: fa disordinato!

Dalla terra brulla si vedono spuntare inaspettati dei getti di narciso, come un barlume di speranza nel buio dell’inverno. Ma mi stupirei di vederli fiorire: non solo per la ormai carente sostanza fertile rimasta nel terreno, ma soprattutto perchè sono state tagliate via le piante cespugliose attorno, che finora li riparavano dai venti freddi invernali.

Concludo questo post con una immagine-nostalgia di esattamente un anno fa, inverno pre-pandemia, dello stesso suolo oggi completamente spoglio.

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L’aiuola sinergica distrutta

L’aiuola sinergica pubblica è stata tagliata e coscienziosamente spazzata via da operai del comune di Paesazzonovo (RC), all’improvviso, il 13 agosto 2020, del tutto inaspettatamente, senza che fosse rivolta una sola parola di preavviso al sottoscritto. Attenendomi ad un progetto quinquennale presentato al comune nel novembre 2018 me ne ero preso cura fino a pochi giorni prima, e avrei volentieri continuato a farlo per i prossimi 3 anni.

Questo devastamento parziale non è opera degli operai del comune, ma di villeggianti estivi che non sopportavano i miasmi, le fornde spinose e le bestie immonde che sarebbero uscite dalla aiuola al loro arrivo. La loro opera di “pulizia” ha servito da incoraggiamento per il compimento della tabula rasa eseguita a distanza di alcuni giorni dagli operai del comune.

E’ stato per me un colpo cosi forte che non ho avuto il cuore di passare a vedere il risultato.
Non spenderò parole di disprezzo o addirittura di odio per chi ha ordinato questo atto scellerato. Chiaramente dopo una cosa di questa gravità difficilmente troverò la motivazione per tornare a mettere piede o mano su quel disgraziato suolo.

Hanno portato via tutto, persino le mattonelle dei viottoli! Le pietre le hanno lasciate, forse erano troppa fatica, o forse delle pietre non sapevano che farsene.Ecco che dopo pochi giorni lo spazio è ritornato ad essere quello che era fino a due anni fa: l’angolo della spazzatura.

Preferirò invece concentrare qui l’attenzione, da osservatore per quanto possibile distaccato, sull’evoluzione del suolo dopo che, in piena siccità estiva, la vegetazione aerea, gran parte dello strato di pacciamatura e la maggior parte delle piante sono state asportate in una unica massiccia azione.
La pianta che con più vigore ha reagito allo shock, che non è consistito solo nel taglio in sè, ma anche nella sovraesposizione al sole forte di pieno agosto, con lo stress idrico e termico che ciò comporta, è stata il topinambour, che ha prodotto fin da pochi giorni dopo il misfatto getti laterali dai moncherini dei fusti che erano prossimi alla fioritura, formando cosi ben presto alcuni cespuglietti verdi.


Fra di essi la menta piperita ha reagito anch’essa come è sua natura quando viene tagliata: espandendosi dovunque ci sia spazio in orizzontale, sotto e sopra la terra.
Alcune piante grasse poste sul lato della strada hanno resistito allo scempio, così come diverse piante di erba melissa, salvo essere in un secondo momento estratte o altrimenti divelte da passanti che, ora senz’altro piu di prima, possono facilmente pensare -o autoconvincersi- che si tratti di spazio incolto pieno di piante di cui appropriarsi – in effetti lo è, dal momento che ne io ne nessun altro se ne è più occupato da quando gli operai hanno raso tutto al suolo.
Le mattonelle poggiate su cartone che descrivevano il camminamento interno all’aiuola sono state portate via, cosi come il cartone sottostante, per cui improvvisamente tutto il suolo che era coperto da questi elementi si è ritrovato completamente nudo ed esposto al sole, al vento alla pioggia.
Le pietre piccole e grandi che avevo collocato fra le piante per aiutarle a mantenere la temperatura e l’umidità nei periodi più critici, di forte vento in inverno e di sole implacabile in estate, sono state tutte spostate e addossate ai tronchi degli alberi (chissa per quale motivo, forse estetico?)

La borragine sembra essersi riseminata indisturbata, perlo meno sul lato più riparato dal sole estivo.

giovane borragine a bordo marciapiede, lato più riparato.

Alcune giovani piante di ricino sono nate proprio in virtu della maggiore insolazione del suolo, e cosi anche una pianta erbacea che ha ricoperto tutta l’area pacciamata che prima era riparata dalle piante di ricino piu grandi.


Ovunque dove c’è stata notevole e prolungata siccità ed esposizione totale al sole estivo, là si è imposta la bella di notte, che ora, ad ottobre, continua ad essere la pianta predominante dove manca il topinambur.


Nessuna traccia delle altre numerose aromatiche e officinali. Suppongo che siano state in parte asportate dagli operai, non avendo ancora un apparato radicale granche sviluppato, e in parte asportate contemporaneamente o nei giorni successivi dai soliti ignoti del vicinato.

Ora, grazie al fenomeno isola di calore, che il verde urbano ha il ruolo non secondario di mitigare, la sua passeggiatina sotto il sole sarà di diversi gradi più torrida.

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L’Aiuola Sinergica durante il Lock-down

In questo difficile periodo, fra marzo e maggio del 2020, neanche io sono uscito di casa. Mi limitavo a pendolare con cadenza settimanale fra il luogo di montagna dove risiedevo con la famiglia e la città dove compivo le necessarie compere e telecomunicazioni. Solo occasionalmente mi sono trovato a passare dalla aiuola e magari scattare qualche foto di fretta.

ecco come appariva in aprile l’aiuola al fugace passante in corsetta


La rivelazione che mi si è manifestata in quei fuggevoli momenti è stata che la natura lasciata a se stessa, anche solo per qualche mese, ritrova un’armonia di forme complessive, di volumi che noi uomini, con le nostre idee preconcette e le nostre cesoie pregiudizievoli continuamente sbilanciamo verso la disarmonia. bastava guardare le nuvole impalpabili formate dalle infiorescenze del ramolaccio compenetrare le rotondità violette della borragine in fiore.
L’incredibile exploit di borragine un po’ ovunque ai bordi della aiuola sembra dovuto alla particolare fertilità del suolo, e al fatto che non sia stato calpestato per diverso tempo.
Un altro segnale di particolare quiete, oltre alla singolare penuria di quei tipici rifiuti lasciati dai passanti o portati dal vento (plastiche che suggellano pacchetti di sigarette, carte di caramella, e simili), era una pianta di bietola, il cui seme, portato dalle pioggie in un punto riparato e fertile fra manto stradale e marciapiede, aveva potuto svilupparsi indisturbato… finchè gli operai del comune non hanno ripreso le loro pulizia di routine con il decespugliatore.


Due piante hanno vegetato con particolare vigore fra maggio e giugno: il topinambour, che si è affermato nell’angolo dell’aiuola più esposto ai venti, proteggendo cosi il suo interno nel corso della bella stagione, e il ricino, che ha manifestato una verve riproduttiva, forse preludio della morte naturale, producendo le pittoresche estremità costituite da grappoli di rosse palline spinose e fiori bianchi.


Dal punto di vista prettamente alimentare, una sorpresa che ha destato l’interesse soprattutto dei piu piccoli sono state le fragoline di bosco. Ma come, mi direte, cosa ci fanno le fragoline di bosco fra asfalto e marciapiede? La risposta è : microclima, baby! Negli scorsi due anni ho provato a piantare in più punti della aiuola – e non solo là- innumerevoli propaggini di fragolina, che sono tutte pronipoti di una unica pianta che trovai molti anni fa nel bosco. Attorno ad esse ho cercato di far crescere piante che le proteggessero dal sole e da incursioni animali, e ne favorissero la propagazione. Ed ecco che in maggio, tornati a deambulare nello spazio pubblico, i primi frutti venivano cercati, raccolti e mangiati da piccole manine entusiaste.

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Territorial Pissing

Territorial Pissing: è un’espressione inglese che a me, forse anche a tanti altri della mia generazione, ricorda in primo luogo una canzone dei nirvana. In questa canzone, di cui ignoro il testo, il cantante alterna una strofa dove emette delle cose chiaramente percepibili come una successione di parole ad un ritornello in cui la voce diventa qualcosa come l’abbaiare rabbioso di un cane che invita qualche altro animale ad andare via, o stare alla larga.
Recentemente sono ritornato spesso a pensare a questa canzone e al suo titolo, perchè da quando mi sono azzardato a occuparmi di uno spazio pubblico, per quanto di esigue dimensioni, e cioè la aiuola sinergica a Paesazzonovo, mi sono presto o tardi dovuto rendere conto che questo primordiale istinto, che conosciamo tutti dai cani, che marcano quello che percepiscono come il loro territorio con spruzzi di pipì, non è meno forte negli esseri umani.
Le forme in cui si manifesta il territorial pissing sono spesso molto diverse dal fare la pipì in giro, alcune possono essere anche eleganti e difficilmente riconoscibili, ma di solito sono elementi urbanistici o del paesaggio piuttosto espliciti. Un vicolo di un centro storico precluso al passaggio da un cancello chiuso a chiave; Una macchina parcheggiata sempre in un certo settore della strada; il sacchetto della spazzatura posato sempre nello stesso punto del marciapiede. Molti di questi comportamenti non sono del tutto consci, e questo l’ho dovuto riconoscere dal momento che, inconsciamente, ho applicato io stesso il territorial pissing, come molti altri utenti dello spazio pubblico, ognuno a suo modo.
Ho messo mano ad uno spazio incolto, dove occasionalmente qualcuno stendeva la biancheria fra due alberi, qualcuno svuotava -e svuota tuttora- la cenere del braciere, e qualcun altro aveva piantato a proprie spese un bell’albero di fico, e ho fatto un atto di territorial pissing analogo a questi, ma più consistente, programmato e articolato.
Prima di tutti noi odierni, parecchi anni fa, un entusiastico assessore all’ambiente aveva fatto piantare lungo la strada questi notevoli alberi, chiamati Lagerstroemia, che hanno il pregio di fiorire in luglio- agosto, l’unico periodo dell’anno in cui il paesazzo sente di dover fare qualcosa per allietare i turisti, mentre per il resto dell’anno sono del tutto anonimi e discreti, specularmente al paesazzo in cui crescono.
Che ci piaccia o no, quando un essere umano allestisce un orto o un giardino, ma anche quando pianta un albero, o distrugge un’aiuola vicino casa,sta imponendo all’ambiente la propria identità. Se l’ambiente è pubblico, il conflitto terrritoriale è sempre dietro l’angolo. Meno urbano è il contesto, più animalesco è il conflitto.

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Cittanova, l’aiuola sinergica nel corso del 2019

Durante l’inverno, l’unico periodo di relativa quiete nella gestione dell’aiuola e soprattutto nelle lamentele dei soliti vecchi mugugnoni, Una bella varietà di piante erano già tutte lì, aspettando i primi caldi per esplodere. Una di queste era la rucola, i cui semi erano parte del bottino del viaggio in Sicilia l’anno precedente. Una pianta molto rustica e buona, che appena ha potuto in primavera é andata in fiore, creando un cespuglio bianco sotto la Lagerstroemia.

Un’altra pianta rustica e utile é il topinambour, tubero edule detto anche carciofo di gerusalemme, ma che qui i più anziani tendono a chiamare più semplicemente “margherituni”. Purtroppo nessuno degli steli proiettati verso il cielo dai tuberi che ho piantato a mo’ di siepe sull’angolo più esposto ai venti ha potuto concludere il suo ciclo stagionale con i bei fiori simili a girasoli.
La furia dendroclasta di ignoti non ne ha risparmiato nessuno, ma sono rispuntati da sottoterra la primavera successiva più forti di prima.

Lo stesso destino sembrava colpire i fusti più vigorosi del ricino, con un solo risultato di lungo periodo: alcune piante sono diventate estremamente forti e rubuste.

Al culmine della siccità estiva, quando in teoria più si sarebbe presentato il bisogno di irrigare, le fontane cittadine sono state spietatamente chiuse, un espediente che da una parte può costringere i visitatori a pagare per una bottiglietta d’acqua, se non per un pernottamento o una cena al ristorante, e dall’altra può deviare una risorsa idrica molto maggiore verso i sempre piu numerosi campi di kiwi e di colture orticole varie che hanno bisogno di essere irrigati, a differenza del tradizionale ulivo e dell’antica lecceta tipici della Piana.

C’è un certo rapporto fra densità vegetale in una aiuola coltivata e il suo fabbisogno idrico nei mesi estivi: l’estate 2019 è trascorsa senza innaffiature.


Ma ciò non ha scoraggiato la sopravvivenza delle piante nell’aiuola, poichè a malapena qualche centimetro della superficie del suolo era esposto al sole diretto, e persino quando nell’afoso luglio un anonimo ha squarciato una chioma di ricino lasciando cosi via libera alla luce diretta sulle piante sottostanti, la velocità con cui il ricino ha ricostituito l’ombreggiatura naturale è stata direttamente proporzionale alla forza del sole meridiano. La trattenuta di umidità sotterranea è stata senz’altro favorita dall’apporto di pietre in determinati punti, per esempio attorno al piede della bouganvillea, cosa che le ha peraltro consentito di superare indenne il vento gelido dell’inverno e fiorire l’estate successiva.
Nell’autunno era tempo di pacciamare, cosa per cui è stato utile avere a mucchi proprio al di là della strada una serie di alberi di falso pepe, le cui foglie appassite sono ideali allo scopo.

Il periodo natalizio non aveva colori di fiori per allietare la vista. Unici colori, accesi, quelli di ingenti quantità di immondizia, che purtroppo essendo composta da avanzi delle varie mangiatone di fine anno, ha attirato vari animali affamati dei dintorni, con il risultato che ci siamo ritrovati più volte a ricomporre sacchetti di plastica dilaniati a morsi con tutto il marcescente contenuto sparso fra la strada e l’aiuola, dove fra l’altro cominciava a prepararsi un’esplosione di borragine fiorita.

Prima però sarebbe esplosa la pandemia.

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Il primo autunno e inverno della aiuola sinergica a Cittanova- 2018

Nel corso dell’autunno del 2018 su invito dell’assessore competente si concretizzava sulla carta oltre che nel suolo pubblico il progetto di gestione della aiuola.
Quello che ho scritto allora continua ad essere valido, corrisponde cioè più o meno a quel “good design” di cui tanto si fantastica negli ambienti della Permacultura: si imposta un sistema piu o meno produttivo, che armonizza la presenza umana con quella di altri elementi biologici, in modo che possa essere via via aggiustato a seconda di variabili che intervengono nel corso del tempo. Nel caso concreto, l’elenco di specie vegetali che ho steso due anni fa era ora lievemente cambiato, poichè nel tempo alcune piante erano state estirpate, o sono morte per cause ambientali, o erano comunque annuali funzionali alla crescita delle perenni, per esempio la senape, che è cresciuta nel primo anno come pianta colonizzatrice del terreno spoglio, e in seguito ha perso ragione di sussistere; allo stesso tempo, alcune altre piante che non c’erano ancora all’inizio sono entrate nel sistema, per diversificare la varietà di piante officinali e aromatiche (ad esempio la borragine, la stevia, l’elicriso).

Una pianta che ha patito il freddo durante le gelate invernali ma si è ripresa e ha continuato inaspettatamente a crescere in primavera è il ricino.


Già in quel periodo si delineavano le radici di un conflitto culturale strisciante fra due modi incompatibili di concepire il rapporto con le piante e l’ambiente, laddove il pensiero dominante è assillato dal “pulito”. Un deserto, piuttosto, basta che sia pulito.

In un’aiuola “pulita” i risultati migliori sono senz’altro con le piante di plastica.


L’unica chiara indicazione da parte dell’Assessore, frutto di lamentele provenienti da terze persone: “i vidozza su troppu atti, l’hai tagghiari” (le piante di mais sono troppo alte, le devi accorciare). i ceppi decollati sono rimasti ancora lungo l’inverno al loro posto, quasi intatti, mostrando attorno le curiose radici aeree simili a moncherini.

una delle piante di mais rimaste a lungo vive ne lcorso dell’autunno nonostante siano dovute essere decapitate ad un’altezza che non turbasse la zona comfort di alcuni cittadini.

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Aiuola sinergica a Cittanova: economia a 0 denaro

Semi di ricino: ce l’ho, semi di senape: ce l’ho, semi di fieno greco: ce l’ho…. con una lista di quel che avevamo di già a casa in quanto a sementi è cominciata l’avventura della aiuola sinergica pubblica- qualcuno l’ha chiamata anche “Ortiuola” perchè dentro ci si trovano di volta in volta anche piante tipiche di un orto- .
Poi c’è stata una serie di piante restate in vaso per mesi o anni e che morivano letteralmente dalla voglia di trovare posto in piena terra: tutte piante che non sono costate nulla, perchè venivano a loro volta da semi, da talee o da propaggini che derivavano da piante trovate in giro o perchè regalate da qualcuno.
Poi, sulla scia dell’entusiasmo pionieristico iniziale, altre persone si sono lanciate a fare spazio fra i propri vasi del balcone o del terrazzo, portando piante di troppo da trapiantare lì.
Infine c’erano piante che erano cresciute nella campagna di famiglia e che erano di troppo nella zona dove erano radicate, e così, fra primavera e inverno, molte di queste sono finite per essere gratuitamente piantate nella aiuola.
Poi, nel corso del 2019, diverse piante hanno cominciato a scomparire misteriosamente, mentre, a quanto mi viene raccontato, alcune aiuole del vicinato si sono arricchite di colori e profumi mai visti prima. Le piante che sono nel corso del 2019 di preferenza scomparse sono state quelle che per una persona dal gusto proletario post-borghese rappresentano “piante carine da mettere davanti casa per abbellimento”: lavanda, molto quotata, poi rosmarino, salvia, e, in un caso, c’è stato un tentativo non riuscito di estirpamento di mirto (la pianta è purtroppo comunque morta a causa del dilaniamento subito nell’atto di tirarla fuori dalla terra). Quest’anno alcuni altrettanto anonimi tentativi hanno provocato la scomparsa e la ricomparsa in altrui aiuola pubblica a uso privato di due piante di Citronella, quella piacevole pianta che ha un forte aroma di limone, e che io uso per farne liquore. Le sottrazioni di piante di rosmarino e salvia sono continuate, ahimè. Poi qualcuno si lamenta che nella aiuola ci son tutte queste piante selvatiche, invece di piante “belle”… io dico: “Guardatevi attorno, e le piante belle le vedrete, e sappiate da dove vengono molte di esse”.
Comunque, siccome l’andazzo era questo, e non potevo lasciare lacune nella copertura vegetale estiva, mi sono visto costretto a comprare delle piantine analoghe a quelle sottratte, sfruttando per questa imprevista attività un pò dispendiosa quell’artificio che il Governo ha messo a punto per sviluppare lo scambio monetario elettronico da un lato, e dall’altro rendere in misura maggiore tracciabili e tassabili gli scambi di beni finora relegati alla “economia sommersa”. Sto parlando della famigerata “carta di cittadinanza”: avendo la mia famiglia un certo surplus di questo denaro impalpabile, e invitati a spenderlo tutto mese per mese, abbiamo trovato che fosse inopportuno fare incetta di cibo di dubbia salubrità riempiendo carrelli di supermercato, ma piuttosto sarebbe stato meglio usarli per cose il più possibile di interesse collettivo. In questo la sostituizione di piante sottratte dalla aiuola con piantine di vivaio ha avuto il suo perchè. Almeno finchè non mi sono accorto che nella percezione di alcune persone -rigorosamente anonime- del luogo la aiuola era diventata una sorta di vivaio gratuito e a cielo aperto. Non faccio a tempo a trapiantare un piccolo arbusto di citronella, che già viene portato via, ancora con tutto il pane di terra. In seguito ad un bel periodo di metti e togli, metti e togli, vorrei dire a questi famosi anonimi giardinieri poveri: “Signori miei, signore mie, se avete bisogno di una pianta, dite a me, che vedo se ve la posso procurare, gratis e senza costringervi a sottrazioni indebite. Se non ci si aiuta fra vicini… Inoltre, considerate che una pianta sradicata soffre un sacco e ha alte probabilità di morire, quindi sradicando piante si fa un danno e un dispetto non solo a chi le ha piantate e all’intera comunità, ma anche alle piante stesse. “

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La Sindrome di Boa Vista

Si avvicinava il ferragosto, i villeggianti continuavano ad arrivare nel paese, che come tanti altri in Calabria, è composto da una esigua comunità di residenti e da un enorme numero di vacanzieri che, avendo legami familiari con questo posto, spesso hanno ereditato una casa dove stare, che in occasione delle vacanze estive diventa anche un modo per riconnettersi con le proprie origini. Quest’anno, forse a causa della annunciata epidemia che ha chiuso i confini di determinate nazioni, si avverte un afflusso particolarmente massiccio di questa tipologia di visitatori, come meta turistica di ripiego.
Siamo stati poco tempo fa a Zambrone, una località la cui rinomanza è offuscata dalla vicina e ben più nota città di Tropea. Zambrone ospita il miglior agriturismo che un essere umano si possa immaginare in Calabria, il suo nome è Pira-Pora. Ospiti di questo posto meraviglioso per alcuni giorni, abbiamo constatato che il tipo di approccio all’ambiente che abbiamo tentato con l’aiuola sinergica a Cittanova non è davvero unico nel suo genere. Qui le casette che ospitano i villeggianti sono circondate da piante che vivono in sinergia fra loro e con gli edifici; le piante sono pacciamate continuativamente, per cui anche nel pieno dell’estate l’apporto idrico esterno con l’irrigazione è quasi nullo. Le arbustive e le rampicanti ombreggiano gli edifici e le piante più piccole, altrimenti bruciate dal sole implacabile da mattina a sera. Una situazione insomma piuttosto simile a quella che contraddistingue l’ambiente dell’aiuola sinergica. Con la differenza che non tutte le persone trovano questo ambiente piacevole, per quanto paradisiaco. I motivi profondi sono difficilmente scandagliabili, ma quelli più espliciti sono:
1- disordine
2-insetti
3- lucertole, gechi e serpenti.
Per i primi due punti posso dire che la biodiversità di piccoli animali e la contiguità dei microambienti vegetali che la rendono possibile – altrimenti descrivibile come “disordine” in quanto non sempre è possibile distinguere nettamente dove finisce il bordo di una pianta e ne inizia un’altra-, entrambe non hanno molto da invidiare al biotopo ad antropizzazione minima prodotto da anni di esperienza e progettazione permacolturale a Pira-Pora. Per il terzo punto devo purtroppo dire, ma la stragrande maggioranza dei miei concittadini ne sarebbe molto sollevata sapendolo, che nessun rettile schifoso, viscido e strisciante si è ancora avventurato a stare nell’aiuola sinergica. E’ troppo antropizzata, ci sono troppe persone che vagano là attorno, per non parlare dei cani e dei gatti, ci sono troppo poche pietre dove rifugiarsi.
Eppure, alcune persone che sono venute a villeggiare nel paese hanno preso molto sul serio i pericoli veri o immaginari provenienti da quella che deve essere loro parsa una “selva oscura” piena di insidie mortali. E allora ho ripensato ad un episodio che mi raccontò l’ardimentoso fondatore e gestore del Pira-Pora.
Una volta egli si trovava in Brasile, nella foresta, e gli dissero che là vicino c’era un posto che i primi portoghesi arrivati là avevano chiamato “Boa Vista”, che in portoghese presumo significhi “bella vista” o “bel panorama”. Allora volle andare a vedere quale fosse questa bella vista che dava il nome al posto. Quando ci arrivò, fu un po’ deluso, un po’ divertito, perchè quello che vide fu… nulla!
Boa Vista era infatti un punto dove la foresta pluviale era stata abbattuta, ed era di fatto l’unico posto nella zona dove quei poveretti dei portoghesi, abituati ad un territorio fatto di campi coltivati, terreni arati, pascoli brulli, potessero posare gli occhi e riposare lo sguardo, poichè era una superficie “pulita” e priva di anfratti o altro dove qualche fiera pericolosa si potesse nascondere, e, a differenza della foresta imperscrutabile, quel poco di vita che ci potesse ancora crescere sopra era a quel punto chiaramente individuabile, perchè circondato dal niente.
Ebbene, ogni volta che mi accade qualcosa come l’episodio dei vacanzieri odierni che non possono trattenersi dall’eliminare totalmente la vegetazione attorno alla propria abitazione, penso alla storia di Boa Vista, e non so se ridere, piangere o stare quieto, perchè arrancando dietro questo paradigma della pulizia di una superficie intere generazioni si sono dannate e continuano a dannarsi l’anima. Non parliamo solo del campo arato, che è “boa vista” rispetto ad un orto sinergico dove non si ara fra una coltura e l’altra, ma le piante in successione convivono finchè l’una non soppianta l’altra e si nutre indirettamente delle sue spoglie. Parliamo anche del prato all’inglese, che è autoctono solo in un determinato clima, ma siccome è tanto bene assimilabile ad una superficie regolare, milioni di persone nel mondo spendono ingenti somme, tanto lavoro di manutenzione, milioni di ettolitri di acqua e probabilmente miliardi in sedute psichiatriche per poter godere sul proprio territorio della rassicurante vista di una superficie verde e uniforme.
Parliamo delle riviste patinate, non importa di che argomento, che ci presentano le cose come dovrebbero essere idealmente. Le più pericolose a mio avviso in questo senso sono le riviste di moda e quelle di arredamento, ma anche quelle di giardinaggio hanno prodotto davvero una notevole quantità di infelicità e insoddisfazione, per la smania che prende di eguagliare nella realtà quella perfezione astratta mostrata sulla carta – e adesso ancora di più sullo schermo-.
Ma possiamo parlare negli stessi termini anche della pavimentazione stradale, dell’intonaco esterno degli edifici, e di tanti altri aspetti della vita di tutti noi che sono piu o meno largamente condizionati dal fatto che le superfici siano uniformi, omogenee, pulite e prive di anfratti o altre irregolarita che possano nascondere qualcosa di inaspettato. In senso lato l’uso massiccio che si tende a fare di antibiotici è un ulteriore risvolto di questa attitudine, paradossalmente proponendosi di rendere il nostro corpo, o quello dei nostri animali, il meno vivo possibile, onde poterlo gestire più facilmente da una tabula rasa di batteri.
E nella fattispecie del nostro clima le creature che pretendono di nascondersi alla nostra per quanto possibile onnisciente visione, per poi magari uscire di sorpresa, fulminei e sinuosi facendoci sussultare o inorridire, si rivelano essere proprio quelle: lucertole, gechi, serpenti.
Anche se, come ho appena constatato purtroppo nella distruzione di parte importante del patrimonio biologico della aiuola da me condotta, questa attitudine per molte persone sembra sia considerata virtuosa, tanto da gareggiare a chi esagera di più, la vorrò definire in termini negativi, come una patologia, e chiamarla “sindrome di Boa Vista”.

boa vista: totale mancanza di elementi su una superficie, o pochi elementi chiaramente circoscritti.

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Aiuola Sinergica Pubblica: Pulire o non pulire?

C’è un certo rapporto fra densità vegetale in una aiuola coltivata e il suo fabbisogno idrico nei mesi estivi: l’estate 2019 è trascorsa senza innaffiature.

Da quando mi occupo della aiuola sinergica, che essendo pubblica è anche accessibile da chiunque, animale o persona, che passi per la strada, si è instaurata una routine basata su due tendenze contrastanti.
La prima è quella propria di persone, ma soprattutto di animali, che per loro natura tendono a entrare con i piedi nell’aiuola, per mangiare qualcosa che vi cresce dentro, o per farvi un bisognino, o anche solo per non dovervi girare attorno. E l’altra è quella delle piante cespugliose, quali la salvia, il rosmarino e la lavanda, che per espandersi hanno bisogno di uno spazio attorno in cui non venga calpestato il suolo e di tempo, mesi o anni, in cui questa condizione tranquilla permanga.
Forse è necessario accennare al fatto che la natura funziona per successioni naturali di piante: in natura non sono previste persone che fanno una buca e ci ficcano dentro un alberello gia cresciuto altrove. In natura ci sono invece in genere piante di vita breve che crescono spontanee e che preparano il terreno, proteggendo il suolo e il fusticino delle giovani piantine che nel tempo sono destinate a raggiungere grandi dimensioni, come gli alberi e gli arbusti perenni.
Nel giardino privato, che è un ambiente estremamente artificiale e controllato, possiamo al limite anche permetterci di mettere a dimora delle giovani piantine in pieno sole, se possiamo contare su un certo dispendio idrico costante durante tutti i mesi estivi, e non abbiamo animali selvatici che possano scavare, sradicare, o altrimenti danneggiare le delicate piante giovani. Ma in una aiuola pubblica, esposta al sole, al vento e agli animali, ho scoperto che ci sono solo due vie per far vivere delle piantine dopo il trapianto:
1- scegliere delle piante già cosi cresciute e con tanta zolla di terra attorno alle radici da permettere loro di sopravvivere al trapianto e ai disagi dovuti a persone e animali – i giardinieri professionali nei parchi pubblici utilizzano laddove necessario apposite reti o sistemi di ganci sotterranei che ancorano le piante travasate per evitare dissotterramenti o addirittura trafugazione-.
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2 – non disponendo di piante gia cosi grandi da farcela da sole, nè potendo contare su sistemi di controllo della trafugazione di piante ad opera di esseri umani o al dissotterramento ad opera di animali, nè su adeguate risorse idriche in estate, rimane la via della natura: lasciare che determinate piante non perenni crescano attorno alla pianta trapiantata, le quali soprattutto nel periodo estivo fungano da protezione nei confronti di agenti esterni di diversa natura.
Questa seconda opzione è quella che maggiormente ho utilizzato finora, in mancanza delle risorse necessarie ad acquistare piante già cresciute.
E così abbiamo ad esempio steli fioriti di malva che crescono fra la primavera e l’estate attorno a giovani piante di alloro e carrubo. la malva è destinata ben presto a disseccarsi, mentre alloro e carrubo potranno continuare a restare protetti dalla valida ombra offerta anche in estate dalle fronde del ricino, che si allungano sopra di essi e ricadono ai lati scoraggiando cosi occasionali disturbatori del suolo.
Il problema nasce qui dal fatto che un giardino tradizionale non puo permettersi di far crescere piante spontanee fra le diverse piante coltivate. E’ accettato che ci sia prato rasato, o selciato, o ciottoli, o piuttosto cemento o terra nuda, ma non altre piante che non siano codificate come ornamentali. Questo, ho con il tempo imparato a riconoscere, da un lato perchè la persona abituata a vivere fra case che circondano piante e non fra piante che circondano case ha bisogno di percepire le piante singolarmente: qui c’è una salvia, e là, separata da questa, c’è una lavanda; dall’altro perchè le piante spontanee rientrano nella categoria delle piante non decorative, delle piante cioè che se anche sono belle di per se, non hanno richiesto un lavoro umano per essere lì a far mostra di sè, come invece una begonia o una azalea, e quindi non hanno diritto di vegetare in un luogo non meno artificiale di un soggiorno o di un tetto di casa, quale è, almeno fino a oggi, il giardino urbano.
Lasciando che piante spontanee primaverili come il ramolaccio crescessero ovunque capitassero ho perciò -ahimè- stuzzicato la prudèrie botanica di tanti concittadini, mio malgrado: se anche avessi voluto, durante il periodo in cui era obbligatorio restare chiusi in casa, fra marzo e maggio di quest’anno non avrei comunque ex lege potuto occuparmi a tagliare il ramolaccio che andava a fiore-.
Il vantaggio è stato d’altronde notevole: il sistema di steli “selvatici” cresciuto attorno a salvia, rosmarino, stevia ed altre piccole piante in crescita ha tenuto lontano sia le persone che quasi tutti gli animali, in particolare gatti e cani randagi, che avrebbero altrimenti facilmente devastato tutto, anche solo camminandoci sopra.
Appena concluso il periodo di lockdown, ecco che ricominciano le lamentele: la borragine sfiorita la devi tagliare via, le erbacce le devi tagliare via, accorcia le fronde del ricino. Ebbene, è all’incirca come se dicessimo ad un muratore che sta costruendo una casa, di togliere via le impalcature, perchè non appartengono alla casa. Ovviamente le impalcature staranno al loro posto finchè la casa non sarà completata.
Naturalmente ci sono diversi artifici per simulare il sostegno fisico delle piante annuali attorno ad una pianta perenne in crescita, nella prassi del giardiniere: la piu tipica è la griglia cilindrica che vediamo nei parchi posta attorno ai tronchi esili degli alberi giovani, o i sostegni lignei che sorreggono e mantengono eretti quei tronchi ancora soggetti ai venti forti ed ad altre calamità. L’anno scorso mi è capitato di utilizzare delle canne robuste conficcate nel terreno per sostenere e proteggere dei cespugli appena piantati, ma ho dovuto constatate che nel giro di pochi giorni queste erano state quasi tutte asportate o abbattute con la forza, cosa che mi ha convinto maggiormente dell’opportunità di utilizzare sostegni vivi, non solo perchè più difficilmente asportabili, ma anche per le loro eventuali utilità secondarie. Ad esempio, attualmente gli steli del topinambour sono sia elementi di protezione per cespugli di salvia, borragine e mirto, sia in se stessi parte di una pianta edibile che potrà in inverno essere eventualmente dissotterrata e consumata.

 

 

 

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Un Aspide nell’Aiuola Sinergica a Cittanova !?

Pressochè impossibile. Ma neanche se qualcuno in cattiva fede ce lo portasse apposta per dimostrare che c’è.
Con la calura primaverile ecco uscire fuori innumerevoli animali, dai piu piccoli ai piu grandi che interagiscono tra di loro in misura tanto maggiore quanto più si innalza la temperatura. Fra questi senz’altro il piu comune alle nostre latitudini è la lucertola, detta anche scefràta, che si nutre di tanti piccoli invertebrati che, come lei, escono dai loro nascondigli fra le pietre non appena la temperatura supera la soglia del tiepido.
Poi c’è il biacco nero (Hierophis viridiflavus), che nella nostra zona è conosciuto da tutti come “scorzune”. E’, per intenderci, la esatta miniatura di quei mostri in certi dipinti antichi in cui San Giorgio combatte contro il demonio, ed è anche quello che la popolazione rurale, con questo innocuo e utilissimo ofide continua a intraprendere: ucciderlo come San Giorgio ammazza il Drago malefico, senza pietà.
Non è la prima volta che mi viene detto da persone che frequentano l’aiuola che per via della quantità di vegetazione che permetto di crescervi, l’aiuola diventa un ricettacolo di serpi, intendendo i tanto odiati scorzuni, così neri, viscidi e, dicono, maleodoranti, nonchè pericolosi.
Certo, se anche dovesse accadere che una serpe decidesse di concederci l’onore di visitare la aiuola sinergica, mi chiederei quale irresistibile motivo possa convincerla a lasciare i tanti rifugi rocciosi nelle campagne circostanti per avventurarsi nel mezzo del paese, fra umani minacciosi, cani, automobili e rumori assordanti. Forse per tentarci offrendoci la mela del Peccato Originale?

Questo biacco bello grosso era nella nostra campagna, ridotto all’immobilità, e morto poco dopo, forse per il sopravvenire del freddo, o forse perchè ha mangiato qualche topo avvelenato con veleno per topi?


No, sono sicuro che un motivo potrebbe averlo per venire dentro la città, come ho cercato di spiegare l’altro ieri al signor Ciccio che passeggia di là ogni giorno appoggiato al suo bastone, e sono… i topi. Se la città fosse infestata dai topi, forse qualche scorzune potrebbe anche decidere di correre il rischio. E -aggiungo- se la città fosse infestata dai topi, sarebbe una benedizione che animali come i biacchi, ma anche i barbagianni, compiano secondo la loro natura una efficace contromisura biologica.
E gli aspidi? quelli – animali che anche un bambino di 4 anni è in grado di distinguere dai biacchi, dopo averli osservati entrambi- quelli sì potrebbero essere pericolosi per l’uomo, e il signor Ciccio lo sa, perchè molto tempo fa è stato morsicato da un aspide (il nome calabrese – e greco- della vipera). Se siete pratici di montagna sapete anche perchè è successo… Bravi, perchè ha messo i piedi dove non doveva, nei cespugli o nell’erba alta. Anche se dubito ancor di più che una vipera si possa mai trovare bene in un centro cittadino, per di più a soli 400 metri sul livello del mare, come ulteriore elemento a discredito di certa ofidofobìa strisciante dirò che l’aiuola sinergica ha una regola molto importante, con o senza immmaginari serpenti velenosi dentro:
“non si calpestano le aiuole!”
Si cammina solo sulle mattonelle dei vialetti, mai sul suolo coltivato. Non per via delle serpi, naturalmente, ma se questa paura puo servire ad impedire ad un bifolco di calpestare le aiuole, allora ben venga!
Riguardo ai topi, ieri l’amministrazione comunale ha compiuto una azione di derattizzazione: con questo diventa ancora più improbabile che dei biacchi, per quanto cretini, vengano in città unicamente per farsi ammazzare. Tranquilli!

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